2016_09_24_25 Tavolara - GGC

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Tavolara trent’anni dopo...

24-25 Settembre 2016

Non è che ce l’abbiamo con le ricorrenze, noi del GGC, ma quest’anno oltre ai cinquant’anni dalla fondazione, sono trent’anni tondi tondi che non si fa un’uscita esplorativa a Tavolara. Io all’epoca di quel campo ero già socia, ma per questioni di lavoro non avevo potuto partecipare e Tavolara mi è sempre sembrata una sorta di terra promessa, bellissima e irraggiungibile. Quindi l’invito della Federazione per un campo di due giorni sull’isola per verificare il posizionamento e placchettare le grotte già a Catasto non posso lasciarlo cadere nel vuoto.
Giro l’invito al Gruppo, ma acchiappo solo Marcello, anche lui curioso di vedere Tavolara, e Massimiliano, che invece a quel primo campo ha già partecipato, ma tanto non si ricorda niente, quindi siamo alla pari. Del vecchio lavoro, pubblicato sul “Continua…”, corredato da quattro rilievi, ma ahimè, sprovvisti, di coordinate, non si può recuperare niente.
Quasi mi trema la mano il giovedì mentre compilo il foglio d’uscita, cosa che non faccio da tempo immemorabile: 24/25 settembre 2016 – Tavolara – responsabile: Carmen Locci, partecipanti: Marcello Carlini, Massimiliano Piras. Appuntamento : Sestu, ore 6.00, Porto san Paolo, ore 9.30.
Mai avrei creduto di trovare Massimiliano puntuale alle sei meno un quarto sotto casa sua, ma è lì a smentire ogni dubbio, ed è pure sveglio e di buon umore. Anche Marcello, quando arriviamo sotto casa sua sbircia insospettito i fari che si avvicinano al suo giardino prima di realizzare che siamo noi, con una puntualità stupefacente. Pochi minuti per caricare i bagagli e si parte. Di minuti per arrivare al porticciolo di Porto san Paolo invece ce ne vogliono moltissimi, poco meno di tre ore.
Il gruppo FSS pian piano si compone, accogliendo equanimemente speleo di ogni parte dell’isola, da Cagliari (GGC CAI, USC, GSAGS), a Nuoro (SCN), a Sassari (GSS) e più. Facce conosciute, facce nuove, comunque facce cordiali e distese.
Raggiungiamo l’isola con un piccolo traghetto dal vibrante nome di “Falcone” omologato per 70 passeggeri che coraggiosamente imbarca anche le nostre salmerie. Per ragioni di sicurezza i bagagli ingombrati vengono caricati sopra la cabina di pilotaggio e la barchetta parte ancheggiante come una matura donnetta di paese con la corbula piena sulla testa. Un quarto d’ora di tranquillissima traversata ci porta al molo davanti al ristorante e alle sue pertinenze dove abbiano a disposizione un piccolo locale per depositare i bagagli e fare base. Comincia qui la vera e propria fase operativa. Sull’isola di Tavolara risultano inserite a catasto 9 grotte: SA/OT 0087 grotta del Papa, SA/OT 0188 grotta del Bue marino, SA/OT 0189 inghiottitoio della mandria, SA/OT 0191 grotta dei fiori d’arancio, SA/OT 0192 inghiottitoio del castellaccio, SA/OT 01227 grotta dell’esplosivo, SA/OT 2288 pozzo Duracell, SA/OT 2395 grotta della ferula, SA/OT 2402 grotta dei troll. Solo la prima ha la sua placchetta, tutte le altre  vanno riposizionate e placchettate.


Il primo giorno si lavorerà a squadre sulle grotte a terra, l’indomani con l’appoggio di un gommone si lavorerà sulle grotte raggiungibili solo via mare. Siamo circa una trentina, per cui le quattro squadre sono abbastanza consistenti, sette o otto persone. Marcello, Massimiliano e io siamo nel gruppo che lavorerà nel versante nordoccidentale , a verificare la Grotta dell’esplosivo e la Grotta dei fiori d’arancio. L’avvicinamento è a dir poco lussuoso, sulla stradina militare asfaltata, che dovremo percorrere per poco meno di due chilometri, guadagnando molto gradualmente un centinaio di metri di quota. In realtà c’è un piccolo intoppo alla partenza perché la stradina, a poche decine di metri dal ristorante, ha un cancello che, malgrado gli accordi con i militari per questo campo di federazione, è chiuso. Non è difficile da scavalcare, ma quando ci accorgiamo che è possibile aggirarlo facilmente tramite un varco in una recinzione pochi metri più a valle, passiamo da lì, scatenando le ire del proprietario del terreno che riusciamo però a rabbonire. Si cammina piacevolmente e si chiacchiera. Il lato a monte della stradina è protetto da un muraglione e quando il versante comincia a farsi più ripido e più roccioso, anche da robusti sbarramenti metallici che in diversi punti sono stati sfondati in misura inquietante dai blocchi crollati dall’alto.
Mancano meno di cento metri all’imbocco della galleria che permette alla stradina militare di oltrepassare il tratto più scosceso del versante nordoccidentale e siamo sul punto carta della grotta dell’esplosivo.
Il nome le è stato dato perché gli scopritori vi hanno trovato depositato un certo quantitativo di esplosivo da cava, probabilmente abbandonato alla conclusione dei lavori per la galleria stradale. Impossibile non trovare l’ingresso: esattamente a bordo strada, in corrispondenza di un roccione calcareo che delimitata a valle la strada. Nelle fessure del roccione affonda le sue radici un maestoso fico che, come scopriremo poi, è l’essenza maggiormente utilizzata come riferimento per il posizionamento degli ingressi delle cavità a Tavolara ….
SA/OT 1227: si piazza la placchetta, si completa la scheda e via, verso la grotta dei fiori d’arancio.



Anche padre Furreddu l’ha descritta nel 1958, ma a giudicare dall’unica foto a colori pubblicata nel suo “Grotte della Sardegna”, ha potuto godere del vantaggio di muoversi attraverso una vegetazione molto più rada, quindi con meno fatica e migliore visibilità dei punti di riferimento. Ci basiamo invece su una descrizione più recente che ripetiamo come un mantra: “poche centinaia di metri (sic!) prima della galleria, si trova sulla sinistra della strada una roccione con un fico; dove iniziano le barriere metalliche si sale sulla destra per una pietraia fino a raggiungere un dito di roccia da aggirare . Si continua a salire in direzione dell’anfiteatro di roccia poi, in corrispondenza di un fico (un altro?) si traversa fino a portarsi alla base della parete…” i riferimenti non coincidono: l’unico roccione a sinistra della strada è quello della grotta dell’esplosivo, ma è a meno di cento metri dalla galleria… torniamo indietro a cercare un fantomatico altro roccione, ci arrendiamo all’idea che l’unico è quello che abbiamo già visto, torniamo indietro. Vediamo alberi di fico e dita di roccia dappertutto.
Comincia a piovere.
Cerchiamo riparo a ridosso di un roccione (un altro!) pensando che sia giusto uno scroscio e passi in fretta, ma la pioggia se la prende comoda. Arriva una telefonata dal gruppo che è salito in cresta a cercare l’inghiottitoio del castellaccio: lì è come camminare sul sapone, stanno valutando seriamente l’idea di restare lì per la notte.
Spiove e i più arditi si addentrano sul pendio cercando ancora diti di roccia e piante di fico.
Torna indietro anche il gruppetto che avrebbe dovuto placchettare la grotta della Ferula e la grotta dei troll; la galleria è chiusa con un cancello serio e per cercare di aggirarla si sono trovati prima su placche ripide e infide, poi su paretine esposte e per dipiù viscide per la pioggia.
I tentativi proseguono per buona parte del pomeriggio, poi ci si arrende. Si torna alla base con un pensiero al gruppetto in cima; ma forse, viste le condizioni meteo e il calare della notte, magari è meglio che stiano lì.
Giusto il tempo di allestire il campo e ricomincia a piovere. Anche la cena è un po’ sottotono, tutti stretti stretti sotto gli ombrelloni del chiosco su cui tamburella una pioggia insistente e dispettosa.
L’indomani però, ci si sveglia col sole. Il chiosco si è rifornito di croissant per la nostra colazione e la vita sembra un po’ più rosea.
Oggi ci viene affidato il pozzo Duracell (SA/OT 1288) e abbiamo l’asso nella manica perché del gruppo fa parte anche Luigi, che era tra gli scopritori, ma vent’anni fa. Caricato il punto sul GPS seguiamo la traccia che ci porta su un bellissimo sentiero che aggira le falde della montagna prima verso SudEst, poi all’altezza della Resta degli angeli, ripiega verso NordOvest, guadagnando quota gradualmente e offrendo scorci molto suggestivi. Il sentiero cambia direzione in corrispondenza di un cavernone articolato in varie nicchiette, una delle quali ospita una Madonnina. Da qui vediamo un gruppo che affronta la nuova ferrata sullo spigolo SudEst: sembra molto aerea e senz’altro è spettacolare.
Puntiamo verso la balconata che sovrasta la fascia boscosa più bassa e delimita una seconda, più rada, zona coperta di vegetazione. Qui il leit motiv non sono dita di roccia e alberi di fico, ma pietraie, grandi e piccole.
Seguiamo il sentiero che continua a coincidere con la traccia del GPS fino ad intercettare il percorso diretto che dalle case vicino al molo si dirige verso punta Cannone.
Ormai siamo in zona operativa e ci si sparpaglia  alla ricerca dell’ingresso. Non passano neppure dieci minuti che arriva , limpida e squillante la voce di Roberta: “Trovata!” come, trovata? Eravamo rassegnati a sudare sangue e invece… la raggiungiamo tutti, si completa la routine del placchettaggio, si cerca, ma senza troppa convinzione di allargare un buchetto poco distante. All’una e mezzo ci si trova a meno di un’ora da punta Cannone; solo io, per un principio di contrattura alla coscia, preferisco scendere a valle, il resto decide di salire in cima.
La via del rientro, questa volta per la diretta da punta Cannone, in realtà, dopo un canalone attrezzato con due pezzi di fune (che chiamarle corde è troppo) e una iscala ‘e fuste, non riesco più ad individuarlo e mi rassegno a scendere tagliando fra la vegetazione. Noto con gratitudine che non ci sono né ginestre né rovi.
Come premio di consolazione ho il piacere di incrociare una piccola testudo graeca (la determinazione non è mia, ma di Eleonora, cui ho mostrato le foto della bestiola di sopra, di sotto, davanti, dietro e di lato) che sta tutta sigillata nel suo guscio in una radura.
Un bel tuffo sento di essermelo proprio meritato! L’acqua è appena fresca, limpida da morire. Peccato non avere maschera e boccaglio perché qui l’effetto acquario è amplificato alla massima potenza.
Alla spicciolata arrivano tutti, i nottambuli delle cime, la squadra del gommone, i miei compagni di ritorno da punta Cannone. C’è il tempo per un ristoro, si rifanno i bagagli, per le cinque e mezza siamo tutti sul molo ad aspettare il traghetto. Ma oltre a noi ci sono un bel po’ di turisti della domenica e il traghetto deve fare due viaggi, lasciando noi ed i nostri bagagli sul molo ad aspettare il secondo turno con un vago aspetto da profughi. Inganniamo l’attesa sgranocchiando quanto resta delle nostre provviste e innaffiando il tutto con il vinello cui ieri notte, sotto la pioggia, non abbiamo fatto abbastanza onore.


Dieci minuti di traversata, lo sbarco, la foto di gruppo e tutto è finito. Voglio dirla una banalità: torniamo a casa stanchi ma felici.

Carmen Locci



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