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Ricordi di un vecio

 
Salve, amici speleologi. Sono Ivo Paolucci, un "vecio" del Gruppo Grotte. Quando fu costituito c'ero anch'io, anzi posso dire che ho assistito alla nascita del Gruppo. Conosco la storia dei suoi primi anni, che è un po’ anche la storia dei miei primi anni in terra di Sardegna. Volete che ve la racconti? Eccola qua!
Il 25 maggio 1966, presso la Sezione di Cagliari del Club Alpino Italiano, un gruppo di appassionati di speleologia, Antonio Assorgia, Giorgio Loddo, Sergio Dessì
e Angelo Serra, provenienti dallo Speleo Club di Cagliari, in seguito alla scissione del loro gruppo avvenuta pochi giorni prima, esattamente il 18 maggio, con i soci CAI Antonio Ulzega, Aldo Picozzi e Remo Azzario decidevano di costituire un Gruppo Grotte in seno al Club Alpino stesso.  Ad esso aderirono immediatamente, spinti da sincero entusiasmo, molti altri soci appassionati di speleologia fra i quali l'autore di questa storia, tanto che ai primi di luglio gli iscritti erano già una trentina più tanti simpatizzanti, fino a raggiungere il tetto di 57 soci attivi. Fu predisposto il regolamento del Gruppo e fu eletto il primo Consiglio Direttivo, composto da Aldo Picozzi, presidente, Antonio Ulzega, Antonio Assorgia, Pietro Angeletti, Carlo Dernini e Claudio Finzi, consiglieri. Poco dopo Aurora Carta fu nominata segretaria ed io, per via della mia professione di amministratore, ovviamente cassiere del Gruppo: registri, numeri e soldi (pochi) sempre il mio destino. Inizialmente l’attività fu rivolta all’organizzazione del gruppo e all’addestramento dei futuri speleologi sulle tecniche esplorative e alpinistiche, sull’uso del materiale e in sede e sul terreno, con brevi esplorazioni di grotte nelle zone di Domusnovas e Fluminimaggiore: un corso speleologico ante litteram. Mi è caro qui ricordare l’indimenticabile carismatica figura del nostro primo istruttore e indiscusso leader del gruppo, il fraterno amicoPietro Angeletti che, proveniente dal Genio alpino, era l'unico addestrato e in possesso delle conoscenze e delle esperienze necessarie perinsegnare e guidarci. Le nostre prime attrezzature, che oggi provocherebbero sorrisi di compassione, furono una scala di corda con grossi pioli di legno e alcune corde di canapa, normali tute da operaio, caschi, torce elettriche e pesantissimi moschettoni d’acciaio. La scala era di una scomodità unica. Non solo ingombrante perché enorme, ma quando vi eri sopra si allungava e oscillava come un elastico: ti sembrava d'essere uno yo-yo. In seguito, però, ci modernizzammo.  Approfittando di una mia licenza a Bari, comprai alcuni metri di tubi di duralluminio che feci tagliare in parti uguali e bucare alle estremità: erano nati i futuri pioli delle nuove scale. A Cagliari comprammo cavetti d’acciaio, boccole di rame e redances. Costruimmo così, molto artigianalmente, usando pinze e martelli le nostre prime scalette metalliche che, oltre al pregio della leggerezza e del minimo ingombro, non avevano (grazie al cielo!) l'effetto "yo-yo". Migliorammo anche l'equipaggiamento: non più torce elettriche ma lampade a carburo, più durature, corde e cordini in nylon, chiodi da roccia a taglio e ad espansione, leggeri moschettoni in lega. I risultati più che soddisfacenti delle prime uscite e il grande entusiasmo ci spinsero a pianificare un’attività più completa. Essa fu diretta anche alla ricerca scientifica nei campi geologico, botanico, archeologico e zoologico in considerazione della presenza nel Gruppo di figure professionali di rilievo, quali il professor R. Stefani, direttore dell’Istituto di Zoologia, i dottori Antonio Assorgia e Antonio Ulzega, geologi e assistenti presso l’Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università di Cagliari (oggi professori ordinari presso lo stesso Istituto), il dottor Claudio Finzi, archeologo, scrittore e futuro docente all’Università di Roma, autore del libro “Alla scoperta delle antiche civiltà in Sardegna”. Il nostro centro di gravitazione fu l’Iglesiente (interessato dal più antico carsismo della penisola italiana) senza peraltro tralasciare altre zone. Nell’estate del 1966, infatti, Antonio Assorgia e Marco Sitzia esplorarono, studiandone anche l’aspetto geomorfologico, alcune grotte del Supramonte e negli anni immediatamente successivi furono esplorate altre cavità in territorio di Urzulei (Sa Rutta 'e s'Edera e altre). L’Iglesiente rimase, in ogni modo, l'ambito in cui il Gruppo svolse la maggior parte dell’attività esplorativa. Essa fu rivolta sia alla ricerca di nuove grotte, sia allo studio scientifico e al rilevamento di cavità già note ma, sino allora, non completamente esplorate, quali la grotta di ”San Giovanni”, “Sa Crovassa” di Domusnovas e “Su Mannau” di Fluminimaggiore. Nell’agosto del 1966 organizzammo il primo campo estivo nel territorio di Fluminimaggiore per addestramento e per il rilevamento del corso ipogeo esistente nella grotta di Su Mannau, con relativo studio idrogeologico. I ricordi del mio primo campo speleologico e le magiche sensazioni provate sono sempre vivi nella mia mente: l'emozione della prima discesa in grotta, l'impatto con il buio, la scoperta di un mondo nascosto, affascinante e bizzarro, immerso in una dimensione fuori del tempo; le suggestive notti sotto le tende vicino al rio Su Mannau. Ancora oggi sento il mormorio delle sue gelide acque, lo stormire delle fronde degli alberi che sembravano protendersi ad accarezzarci; rivedo il verde dell'erba, dei lentischi e dei lecci antichi: quanta nostalgia! Ma andiamo avanti. A Su Mannau dedicammo una particolare attenzione, che continuò anche negli anni successivi. Tale cavità, alla quale eravamo particolarmente affezionati perché la nostra prima grotta, presentava aspetti molto interessanti per lo studio del carsimo e della complessa storia geologica delle formazioni calcaree del Fluminese, dal Cambrico ad oggi. Inoltre la sorgente di Su Mannau, che alimenta l’acquedotto di Fluminimaggiore, ha una portata perenne tra le maggiori in Italia. La presenza nel gruppo di due soci sommozzatori consentì, inoltre, l’esplorazione dei sifoni ed il collegamento del corso d’acqua di Su Mannau con un altro di una grotta vicina. Altri centri d’attività furono i massicci calcarei di Corongiu de Mari nel Monte Marganai e i rilievi carsici di Corona Arrubia, Conca S'Omu e Gutturu Pala, nei pressi del tempio romano di Antas. Questi rilievi, che costituiscono uno degli angoli più belli e aspri del sud dell'isola e che testimoniano la fecondità carsica dell’Iglesiente, sono caratterizzati da grandi doline di dimensioni variabili da pochi metri di diametro fino ai 350 metri di lunghezza per 150 di larghezza di Canali Bingias, da numerose crevasse (pozzi profondi fino a 40 metri), da grotte mai segnalate e da una serie di voragini che nel secolo scorso furono oggetto di ricerche minerarie. Tra queste ultime voglio ricordare l'Abisso "Fontanarosa" che, con i suoi 110 metri di profondità, era al terzo posto tra le grotte della Sardegna, dopo "la Voragine di Golgo” (-270) e "Sa Tumba de Nurai" (-116). L'abisso, scoperto nel gennaio 1967 durante le ricerche condotte nella zona di Antas e che impegnò il Gruppo per buona parte dell'anno, fu intitolato alla memoria di Bruno Fontanarosa, speleologo e geologo cagliaritano, prematuramente scomparso il 4 dicembre 1966. Alla profondità di 110 metri il Gruppo pose una lapide a ricordo e testimonianza dell'affetto e della stima di chi lo conobbe come amico, speleologo e geologo. I ritmi furono intensi e non solo sul fronte del Gruppo Grotte ma anche su quello del CAI. Come soci, prima, e consiglieri, poi, del CAI (con il signor Gabrielli –presidente- e i consiglieri Romano Costa e Antonio Giordano) alternavamo l’attività speleologica a quella escursionistica. Una domenica in escursione e la successiva in grotta.  A volte qualche festività era perfino dedicata ai lanci con il paracadute. Tra i soci CAI non pochi erano paracadutisti: Pietro Angeletti, Gino Savio, Pierluigi Corradini, Franco Zoppi e Aurora Carta e Ada Valenti, le prime donne paracadutiste in Sardegna. La sera in sede si organizzava, programmava, pianificava con discussioni animate, a volte anche fin troppo, per inezie come l'acquisto di un cordino o di moschettoni; ma le discussioni erano sempre fattive e si svolgevano in un clima di sincerità e amicizia. Segno questo d’interesse, entusiasmo e partecipazione: il Gruppo era vivo. L’attività continuò l’anno dopo con la stessa intensità. Nel corso del 1967 furono esplorate, rilevate e catastate e comunicate anche all’Istituto Geografico Militare ben 21 nuove cavità. Allacciammo e mantenemmo rapporti anche con altri gruppi speleologici e istituzioni pubbliche. In estate organizzammo un campo nella zona di Gutturu Pala con l’intento di esplorare il rilievo e tentare di ritrovare la famosa grotta il cui ingresso era andato perduto e della quale i vecchi minatori ne raccontavano la bellezza e la grandiosità come di un qualcosa di leggendario. La fortuna volle che Sandro Portoghese trovasse all’interno di una galleria mineraria uno stretto passaggio, di una certa difficoltà alpinistica (4° grado), che portò ad un’imponente cavità carsica stupendamente concrezionata: era uno dei rami superiori della Gutturu Pala! La nostra soddisfazione fu inimmaginabile. Le dedicammo tantissime uscite e la esplorammo e la rilevammo in tutti i particolari. Nel 1967 pubblicammo anche il primo (e purtroppo l’unico) notiziario del Gruppo: Sardegna Speleologica, con l’elenco delle grotte catastate a cura di Vinicio Quesada e articoli sulla regione di Antas, sull’abisso Fontanarosa, sulle grotte di Corongiu de Mari, molto importanti per lo studio del paleocarsismo del Marganai, sulla campagna di Urzulei e sulla grotta dell’Edera. Per diffondere la conoscenza della speleologia e avvicinare ad essa altri elementi, soprattutto giovani, ed ampliare anche il nostro gruppo decidemmo di organizzare, e per la prima volta in Sardegna, un vero corso di speleologia. Il corso si sviluppò con grande successo ed entusiastica, massiccia partecipazione dal 7 al 28 marzo 1968. Esso comprese lezioni teoriche, tenute in sede, sulla speleologia in generale, sul fenomeno carsico, sulla genesi delle grotte, su nozioni di topografia e cartografia, con conferenze e illustrazione di diapositive ed esercitazioni pratiche sul campo, che andavano dalle tecniche esplorative e alpinistiche, all’uso dell’attrezzatura, all’equipaggiamento, ai pericoli in grotta, al rilevamento topografico delle stesse. La conferenza di introduzione fu tenuta da Mario Pisano, io parlai della speleologia quale attività scientifico-sportiva, Antonio Ulzega illustrò il fenomeno carsico, Carlo Dernini i pericoli delle grotte e cenni sull’abbigliamento mentre Pietro Angeletti fu l’istruttore. Nel 1968 dedicammo la nostra campagna di ricerca al vasto complesso carsico che andava da Sant’Angelo a Nebida. Esplorammo e rilevammo con immutato fervore nuove grotte, fra le quali la difficile “grotta delle ossa”. In estate organizzammo il terzo campo estivo a Grugua. Di quei giorni voglio ricordare un episodio simpaticissimo. A causa del caldo eccessivo e, soprattutto, della mancanza di un contenitore adatto per la conservazione, eravamo rimasti senza viveri e in particolare senza carne: si era completamente guastata. Decidemmo così di andare a prenderla (rapinarla forse è più esatto) ai nostri amici del CAI che campeggiavano a Su Mannau. Distanti da noi circa 25 km. si erano organizzati non solo con frigoriferi portatili ma, udite, avevano anche animali vivi: una capretta e alcune galline. Preparammo un raid in puro stile militare. Sul far della sera Vinicio Quesada, Filippo Pinna ed io ci presentammo con vino e chitarra al campeggio, dove naturalmente fummo accolti festosamente. Mentre noi, biechi traditori e vili fedifraghi, offrivamo vino a tutti e cantavamo a squarciagola per coprire eventuali rumori, a pochissimi metri di distanza (appena quattro), coperti da grossi cespugli, Ada Valenti, Alberto Marini e Franco Lo Basso tagliavano le cordicelle che legavano le galline e ad una ad una le misero dentro un sacco. Poi via al campo. I nostri amici non si accorsero di nulla. Il giorno dopo mangiammo una squisita carne di pollo. Ma non finì lì. La notte seguente una seconda spedizione lasciò nello stesso punto dove la sera prima erano legate le galline da vive un sacchetto pieno di ossa e di piume delle stesse ora defunte e, soprattutto, degustate. Neanche questa volta i nostri campeggiatori si accorsero di qualcosa. Solo al mattino videro il sacchetto legato alla cordicella e capirono. Oltre il danno anche la beffa! Chissà che facce fecero. Avrei voluto vederli. Non vi racconto la reazione affatto da gentleman dei nostri amici. Vennero al campo e,…….preferisco sorvolare su tutto ciò che ci dissero: fu poco signorile. Forse avevano ragione, ma a noi veniva da ridere, mentre loro erano …issimi. Naturalmente in quei primi anni molti amici si avvicendarono nel gruppo: alcuni ci lasciarono per lavoro, altri per trasferimento di sede e qualcuno anche per matrimonio; e altri arrivarono. Lo spirito, però, fu sempre lo stesso: tanto entusiasmo, tantissima voglia di fare, profonda amicizia e grande amore per la natura. Nel luglio ’70 Ada e io ci sposammo e l’anno dopo, con la nascita della prima figlia, rallentammo la nostra partecipazione finché nel 1972 lasciammo definitivamente il CAI e il Gruppo Grotte. Quegli anni per me e per mia moglie furono anni meravigliosi, trascorsi tra veri amici. E quando riaffiorano i ricordi di quelle sere d’estate sotto la tenda, dei silenzi della grotta, dell’incontaminata bellezza del mondo nascosto, delle fatiche, delle soddisfazioni, dei volti stanchi e sudati degli amici, delle nostre schiette risate, la nostalgia mi assale e forte è il desiderio di tornare in grotta per riassaporare sensazioni perdute; ma le stagioni passano anche per noi speleologi. Termino questa mia breve storia del Gruppo Grotte Cagliari CAI degli anni sessanta rivolgendo un pensiero colmo di gratitudine e di affetto a tutti gli amici di allora ed in particolare a Pietro; Remo, Agostino, Sergio Puddu, che purtroppo ci hanno lasciati per sempre, e un sincero, sentitissimo augurio agli speleologi del G G. di oggi di andare sempre avanti, oltre la meta, con lo stesso impegno, la stessa amicizia e lo stesso rispetto per la natura di chi li ha preceduti.

(Ivo Paolucci)


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